Protocollo di monitoraggio comune

Le attività di “monitoraggio ”, fondamento della ricerca faunistica in senso lato, sono state spesso considerate come meritevoli di minore interesse rispetto a una fase di successiva elaborazione dei dati raccolti. Nella realtà dei fatti tuttavia, e nel settore delle ricerche sperimentali dedicate alla fauna in particolare, non esiste e non potrà mai esistere una separazione netta tra le due attività, in quanto per definizione non è possibile giungere a conclusioni degne di nota se non esiste una base di dati affidabili, confrontabili e sufficientemente numerosi su cui lavorare.

E’ anche sulla base di tali considerazioni che la promozione di una attività di monitoraggio su aree più ampie di quelle sino ad ora studiate e con metodi coordinati appare quanto mai utile e necessaria. Partendo da alcune esperienze già esistenti e che hanno dato buoni frutti, su aree peraltro abbastanza limitate, nell’ambito dell’arco costiero nord-adriatico, l’idea è quella di estendere metodo e applicazione su zone via via più ampie, con metodologia omogenea e, se sarà possibile, sul lungo periodo. Ci si propone quanto meno, perciò, di poter accostare alle semplici “liste di controllo”, che ciascuna area protetta elabora in modo indipendente e che poco offrono al di là di una percezione di “ricchezza specifica” quasi irrilevante se riferita al confronto tra aree tra loro diverse per dimensioni e habitat, elementi che in prospettiva permettano di valutare, da un lato le tendenze delle diverse popolazioni specie per specie; dall’altro la “biodiversità” e quindi il valore in termini di conservazione delle singole zone. Va da sé che la valutazione del valore naturalistico di un’area non può che essere relativa al confronto con zone diverse, per le quali analoghi criteri siano stati impiegati. Nel presente lavoro uno sforzo particolare è stato perciò dedicato alla condivisione dei criteri sia per quanto riguarda il metodo di raccolta dei dati sul campo (e relativa archiviazione), sia per il valore da attribuire alle singole entità tassonomiche rilevate, anche nel tentativo – ovviamente – di trovare una relazione il più possibile significativa tra la presenza delle specie e le condizioni peculiari delle diverse tipologie ambientali. Il tutto, senza dimenticare la necessità di elaborare verso la fine dell’indagine un documento comune in grado di indicare i migliori e più efficaci metodi di gestione per i diversi habitat oggetto di studio, nel nostro caso sulla base di consistenza, permanenza e tendenza delle specie ritenute di maggiore interesse e selezionate per il ruolo da esse esercitato quali indicatori ecologici.


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